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1756³, e, in particolare, dal protettore di quest'ultimo, da individuare nel potente cardinale napoletano Domenico Amadeo Orsini d'Aragona(4);, protettore tra l'altro di tutte le fondazioni monastiche afferenti ad Isabella Farnese - Roma, Albano Laziale e Palestrina - che del monastero farnesano era stata la fondatrice.
Come fenomeno dato da riscontrare usualmente sul territorio, le testimonianze d'arte più importanti sono, nella maggioranza dei casi, importazione romana. La preponderanza colonizzatrice romana aveva portato a identificare la città come la "dominante"; la vicinanza, l'eccedenza di artisti di grande qualità, le ragioni della committenza che facevano perno essenzialmente sul mondo curiale romano, rendevano l'ambiente viterbese particolarmente permeabile all'inserimento di artisti romani; inoltre, quando artisti locali riescono ad inserirsi nel circuito della grande committenza emerge palese la loro formazione e la loro attività nell'ambito delle botteghe attive a Roma(5);.
La fatica famesana di Masucci viene a cadere nel momento della piena maturità del maestro, esponente di maggiore prestigio della raffinata scuola di Carlo Maratta, accademico di S. Luca dal 1724 aveva, nel 1737, rivestito anche la carica di principe della medesima Accademia, attivo con importanti commissioni per le corti dei Savoia, di Spagna - commissione probabilmente ottenuta proprio grazie ai buoni uffici dell'Orsini che era stato nominato protettore e Grande di Spagna e del Regno delle Due Sicilie - e Portogallo.
La grande pala centinata realizzata per le clarisse di S. Maria delle Grazie, sia per le grandi dimensioni della tela, sia per la grazia luminosa e patinata della materia pittorica,

Farnese, Chiesa di S. Maria delle Grazie, Agostino Masucci, Trinità tra la Vergine, S Francesco, S. Chiara e Angeli (verso), iscrizioni con le generalità dell'autore e dei committenti.

nonché il respiro ampio della composizione delle figure, esprime pienamente quell'atmosfera classicheggiante, aulica, che rimane una delle cifre caratteristiche del maestro romano, facendone il massimo interprete della cultura del protoneoclassicismo dell'Urbe, e viene ad assumere un rilievo affatto emblematico nel contesto dell'intera produzione di Masucci.
Siamo probabilmente in presenza di una delle sue opere più importanti, la conferma palese della sua precoce partecipazione all'elaborazione a Roma della poetica neoclassica, espressa qui con matura consapevolezza nell'eleganza estenuata, sublimata da una atmosfera dolce e malinconica resa più suadente dal raffinato lume

crepusculare e dalla preziosità assoluta della materia cromatica; una perfezione tecnica cui non rimangono estranei virtuosismi luministici simili ad alcune delle più innovative, ardite e geniali invenzioni del Benefial. Agostino Masucci esprime in questa composizione i principi del superarnento della cultura tardobarocca, da lui assolutamente padroneggiata fin dall'epoca del suo alunnato marattesco, rompendo il tradizionale impianto serrato e dilatando nello spazio l'organizzazione scenografica delle figure che, anche grazie ad un leggero sottoinsu, definiscono un cono prospettico che si perde nel cielo popolato di cherubini e stemperato in una luce affocata dal prezioso effetto luministico.


NOTE

* Storico dell'Arte, Ufficio Documentazíone e Valorizzazìone delle Risorse Territoriali - Provincia di Viterbo.

¹ La facies della pittura settecentesca sul territorio della Tuscia viterbese si va rivelando sempre più ricca di episodi di notevole rilievo cfr. A. Lo BIANCO, Committenti ed artisti del XVIII secolo nel viterbese: il cardinal Ottoboni, Giaquinto, Conca, Rocca ed altre indagini, in "Bollettino d'Arte", rin. 80-81 (1993), pp. 107-120, E Ricci, Il Settecento nel viterbese, in 'I Beni Culturali", anno XIII, n. 1, gennaio-febbraio 2005; Ibidem, Uno sconosciuto protagonista della pittura del Settecento a Viterbo: Giuseppe Sisto Fietti, anno XIV, nn. 4-5, luglio-ottobre 2006; Idem, Il monastero e la chiesa dei padri carmelitani a Canepina (già S. Maria del Fossatello), Viterbo 2006 (dove vi è l'individuazione degli esordi pittorici di Domenico Corvi; idem, Due nuovi protagonisti del Settecento viterbese: Pietro Tedeschi e Donienico de Angelis, in "Biblioteca e Società", nn. 2-3, anno XXV, giugno 2007.
AA. Vv., Pittura del Seicento e del Settecento. Ricerche in Umbria, 3: la Teverina umbra e laziale, Treviso 2000; Idem, Ricerche in Umbria, 4: l'antica diocesi di Orvieto (a cura di G. Sapori, B. Toscano), Treviso 2006.

² La tela, nonostante l'evidente pregio pittorico e le ragguardevoli dimensioni è finora rimasta praticamente sconosciuta alla critica specialistica -eccettuata una generica scheda di catalogazione firnata dal dott. E. Borsellino-. Le pessime condizioni di conservazione

segnalate dallo scrivente sono state prontamente recepite dalla Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici di Roma e del Lazio che ha promosso un immediato intervento di restauro eseguito dal maestro Francesco Lanzetta sotto la direzione della D.ssa Livia Carloni che ha concesso a chi scrive l'onore di coadiuvarla per l'intero processo dei lavori.

³Archivio Storico del Monastero di S. Maria delle Grazie, Libro dei Morti.
Adi Primo Gennaro 1756
Passò al sig.re Suor M(aria) Anna Della Croce di Milano di anni 50 di Religione 36, è stata Abb(ades)sa un triennio e 26 anni Maestra Novizie Fu religiosa assai Fervorosa e amante di Gesù e Maria ma poi del SS. Sagramento fù assai famelica e divota sempre continuamente lo riceveva con molto affetto e divozione il suo ultimo male fu idropesia e fonno ricevuti tutti li SS.mi Sagramenti con l'assistenza del P(re)te Confessore e delle Religiose. Spirò come un angelo restando con l'occhio verso il Celo dove si spera che sarà per tutta l'eternità.

(4) Domenico Amadeo Orsini d'Aragona rappresenta una peculiarissima figura di uomo politico e mecenate di artisti, coltissimo, eccentrico e stravagante, meriterebbe una approfondita analisi. Nasce a Napoli il 5 Giugno 1705 ed ebbe una brillante carriera politica come duca di Gravina. sposò la principessa Paola Erba Odescalchi -pronipote di papa Innocenzo XI ed imparentata con i principi di Vignanello- dalla quale ebbe due figli. La morte prematura del figlioletto e della moglie sconvolse l'esistenza del duca che abbracciò la

carriera ecclesiastica dove ebbe altrettanto successo di quella laica: nel 1743 papa Benedetto XIV lo beneficiò della porpora cardinalizia come Cardinale Diacono della chiesa dei SS. Vito e Modesto e di pingui benefici; Carlo III di Spagna lo nominò Grande di Spagna e Protettore della nazione e del Regno delle Due Sicilie. Tra le terre, le città, oltremodo numerose, e le fondazioni poste sotto la sua protezione compaiono varie università artistiche di Roma (v. G. MORONI, Dizionario di erudizione storico -ecclesiastica da s. Pietro ai nostri giorni, s.v. Orsini Domenico, cardinale, Venezia 1840-1879, pp. 170-172) che certificano la sua familiarità con numerosi artisti tra cui eccellono proprio Masucci, Batoni, Benefial, Giaquinto e il grande maestro viterbese Domenico Corvi (v. S. RUDOLPII, Le committenze romane di domenico Corvi, pp. 19-33, in V CURZI, A. Lo BIANCO (Catalogo della Mostra a cura di), Domenico Corvi, Viterbo, Museo della Rocca Albornoz, 12 dicembre 1998-28 febbraio 1999, Roma 1998). Sotto il suo patronato furono posti anche i monasteri farnesiani della Concezione a Roma, delle Cappuccine di Albano e delle Clarisse di Palestrina e Farnese, denotando una stretta relazione con quanto rimaneva delle opere della grande famiglia sempre molto vicina alla Spagna ed ormai in progressiva, irreversibile via di estinzione, familiarità documentata anche dal fatto che il cardinale nelle sue permanenze a Roma fosse alloggiato proprio a Palazzo Famese. L'Orsini muore nel 1789 e venne sepolto nella Basilica lateranense nella cappella di S. Barbato.

(5) A. Lo BIANCO, Committenti ed artisti..., cit.


Pubblicato su INFORMAZIONI periodico a cura della
Presidenza - Ufficio Documentazione e valorizzazione delle risorse territoriali della Provincia di Viterbo
- N. 20 terza serie - 2008.

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