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(la cui moglie, Cassandra Marinoni, venne assassinata dai cognati Giulio e Lucrezia Anguissola, leggenda vuole che il suo fantasma, sotto il nome di "Donna Cinerina", si aggiri per la rocca di Soragna), la cui nuora era appunto Isabella Pallavicino, moglie del figlio Giampaolo. In questo modo si intende risolta la questione delle due mogli di Mario: in realtà fu la sola Camilla Lupi a sposarlo.
Isabella Pallavicino, donna spregiudicata ma di notevole cultura (aveva fatto stampare a sue spese una edizione della Gerusalemme Liberata, rivista e corretta dallo stesso Tasso) teneva una corte colta e raffinata, presso la quale Mario dovette per contratto, dopo il matrimonio, vivere due anni. Anche grazie a questa sua permanenza in quell'ambiente di elaborazioni culturali ed artistiche ed all'influenza della suocera e della moglie, si dovettero la vitalità e le innovazioni del suo governo.
Certamente la moglie ebbe un ruolo importante nei lavori di ampliamento ed abbellimento della rocca di Farnese, alla cui realizzazione vennero chiamati pittori come Annibale Carracci ed il suo allievo Anton Maria Panico, il Gentileschi ed il Lanfranco.
Fu sicuramente lei a stimolare la creazione dei giardini della Selva e di Ragnara - Mario Famese veniva comunque considerato un esperto di giardini - e ad impiantare nella rocca una tipografia. Forse per suo voto venne affrescata la chiesetta di Sant'Anna.
La permanenza di Mario nel Parmense fu sicuramente proficua, perché nel 1591 acquistò un palazzo nella città di Parma.
Come suo fratello Fabio, anch'egli combatté nelle Fiandre al seguito del Duca Alessandro Farnese, al comando di una compagnia di cavalieri italiani detta "La Favorita". Nel 1592 tentò di conquistare Santo Stefano che si era ribellata ai Doria.
Nel 1594, l'imperatore Ferdinando II aveva promosso in Ungheria una guerra contro i Turchi. L'anno seguente il Papa Clemente VIII mandò in suo aiuto un esercito di 12.000 fanti e di 1.000 cavalieri, agli ordini di suo nipote Gianfrancesco Aldobrandini. Tra i condottieri figuravano: Francesco del Monte, Ascanio Sforza, Ascanio della Corgna, Federico Sangiorgio e Mario Farnese, che con questi condivise l'amicizia, la vita militare e passione per le dottrine ermetiche (v. supra, F. Ricci, La chiesa di S. Anna o S. Maria della Cavarella: un episodio di pittura ermetica).
L'impresa però era destinata a fallire.

Durante l'assedio di Strigonia (oggi Gran), Mario, colpito da una freccia, dovette cedere il comando delle sue truppe a Marco Pio, Principe di Sassuolo. I Turchi, vincendo, costrinsero l'esercito imperiale a riorganizzarsi in Visegrad ed il povero Famese, benché ferito, dovette come poteva arrangiarsi per la ritirata. Vista la mala parata e stremate dai disagi e dalla fatica, le truppe italiane si andavano inesorabilmente assottigliando, tanto che si riuscì alla fine a ricostruire si e no tre miseri reggimenti al capo dei quali l'Aldobrandini pose il nostro Mario, Francesco del Monte e Ridolfo Baglioni.
Un quadro conservato nel monastero della Madonna delle Grazie rappresenta - secondo il Lanzi (Lanzi, 1938) - il ritorno del Farnese da quella sciagurata impresa. Egli vi è raffigurato pressoché calvo, con la barba lunga e bianca, in abiti dimessi, con lo zaino a spalla, mentre viene ricevuto dai suoi familiari; tra i quali si possono riconoscere la vecchissima madre Giulia Acquaviva, la moglie Camilla Lupi e molti dei suoi figlioli. In realtà l'episodio rappresentato nella tela, che per le molte citazioni ermetiche, - che richiamano quanto espresso negli affreschi della chiesetta di Sant'Anna, - potrebbe essere attribuita (v. supra, F. Ricci, cit.) al Panico o alla sua cerchia, dovrebbe essere spostato di qualche anno. Infatti vi è raffigurata la figlia Isabella in età compresa tra i cinque ed i sette anni, per cui essendo essa nata nel 1593 appare probabile che il ritorno in questione possa essere datato intorno al 1598, dopo i fatti di Ferrara.
Passata questa guerra d'Ungheria, vennero ingaggiati il famoso pittore Annibale Carracci ed il suo allievo Anton Maria Panico, per decorare la rocca, appena ampliata e restaurata. Di tali opere oggi non resta niente.
Al pennello del Carracci, con il concorso di aiuti, era dovuta una versione della Pietà già in San Francesco a Ripa in Roma ed oggi al Louvre. Purtroppo la copia farnesana è stata rubata alcuni anni fa dalla chiesa parrocchiale.
Il Carracci, secondo alcuni autori (Bellori, 1672) pose mano anche ad alcune figure di una tela, conservata nella medesima chiesa nella cappella del SS. Sacramento, commissionata dall'omonima confraternita al Panico, raffigurante la Celebrazione della S. Messa, in cui il sacerdote, secondo la tradizione locale, ha le sembianze di Paolo III; ma forse bisognerebbe rivedere l'attribuzione di questa tela di notevole qualità.
A Farnese, al servizio di Mario, si

svolse quasi tutto l'arco della vita artistica di Anton Maria Panico, bolognese, che giuntovi giovinetto dipinse opere pubbliche e private.
A lui sono attribuiti anche gli affreschi rappresentanti i misteri del S. Rosario, sull'omonimo altare nella chiesa parrocchiale, commissionatigli nel 1596 e sicuramente terminati nel 1603. La sua opera più importante, però, resta la decorazione della chiesetta campestre di S. Anna.
Particolare cura posero i signori di Farnese nella organizzazione urbanistica del loro piccolo Stato e nella sua rivalutazione ambientale: essi non si accontentavano delle cacce nella Selva del Lamone, ma volevano e creavano nel loro feudo parchi di ampio respiro, usando le stesse piante che l'ambiente locale forniva loro: il leccio, il cerro ed anche l'olivo. Di questi giardini ancora restano gli alberi del parco dei Cappuccini; mentre sono del tutto scomparsi quelli della Galeazza e della Selva.
Alla Galeazza i giardini all'italiana si arrichivano di erme, ninfe, animali, rivoli di acqua e fontane - il tutto scavato nel tufo - e scendevano, con vari terrazzamenti, fino alla zona del Bottino. Del parco che occupava buona parte del colle a sud del paese (Meconte), collegato col palazzo signorile da un lungo ed elegante viadotto e sopravvisuto, ormai degradato, fino agli inizi del nostro secolo, resta soltanto il toponimo "La Selva".
E sarà proprio Mario Famese a completare un disegno che esce prepotentemente dalle angustie del vecchio borgofortezza medioevale e si estrinseca in una nuova idea di abitato solare, immerso nel verde tra orti, giardini ed oliveti; il tutto vivificato dall'acqua, da portare con lunghi lavori in galleria, per le necessità dei sudditi, per le officine del feudatario, ma anche per abbellire i parchi di rivoli e fontane.
E lui favori la venuta di artisti di fama: sempre nella chiesa parrocchiale del SS. Salvatore lavorò, per conto della Confratemita di San Michele Arcangelo, o dei Disciplinati, Orazio Gentileschi (1602?3), autore di un S. Michele Arcangelo che sconfigge il demonio, mentre Giovanni Lanfranco dipinse (tra il 1616 e il 1617), sull'altare dedicato a san Giuseppe, una Fuga in Egitto andata perduta.
In quegli stessi anni, dal 1599 al 1601, venne attivata a Farnese la tipografia di Miagolò Mariani, genero di Agostino Colaldi di Viterbo. Ci restano oggi, delle opere da lui stampate quattro sacre rappresentazioni e le rime di Antonio Ongaro (1600), dedicate ad

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